I Greci

I Greci furono i primi in Occidente a chiedersi che cosa sia la bellezza e perché gli esseri umani facciano immagini del mondo. Le loro risposte – che il bello poggia sul numero e sulla proporzione, e che l’arte imita la realtà – avrebbero guidato il pensiero sull’arte e sull’architettura per più di duemila anni.

La parola greca per il bello, to kalon, significava più della nostra. Poteva riferirsi a un corpo avvenente, a un tempio ben costruito o a un’azione nobile, ed era vicina alla parola per il bene. L’ideale della kalokagathia – essere insieme belli e buoni – dice molto del modo di pensare dei Greci: la bellezza non era una questione di gusto privato, ma un segno di ordine, e l’ordine era qualcosa che esisteva nel mondo stesso, non soltanto nell’occhio di chi guarda. Questa idea i filosofi l’avrebbero poi messa alla prova, affinata e talvolta rivolta contro l’arte. Non esisteva nemmeno una parola greca corrispondente al nostro «arte». Technē indicava ogni sapere che segue regole – la costruzione navale, la medicina, la scultura e la poesia – e il confine tra artista e artigiano era fluido. Scultori e architetti lavoravano a pagamento e spesso sono noti solo di nome, mentre i poeti godevano di maggiore prestigio perché li si riteneva ispirati dalle Muse. Che arti figurative e poesia appartengano a un unico concetto comune è un’idea molto più tarda.

Il punto di partenza si colloca di solito in Pitagora e nei suoi seguaci, nel VI secolo a.C. I pitagorici notarono che i suoni che stanno bene insieme corrispondono a semplici rapporti numerici: corde le cui lunghezze stanno nel rapporto 2:1 danno un’ottava, 3:2 una quinta e 4:3 una quarta. Se l’armonia musicale era numero, non poteva forse il mondo intero essere ordinato secondo numeri? Da questa domanda nacque l’idea di harmonia, la connessione di parti diverse in un’unità, e l’audace convinzione che anche i corpi celesti si muovano secondo proporzioni musicali. Pitagora stesso non scrisse nulla, e quasi tutto ciò che si racconta di lui proviene da fonti molto più tarde, ma l’idea che la bellezza si possa misurare e calcolare divenne l’eredità dei Greci. Molto tempo dopo, nel dialogo Timeo, Platone fa ordinare al creatore del mondo l’anima del mondo proprio secondo tali rapporti numerici. Così la mistica dei numeri dei pitagorici entrò nella tradizione filosofica letta dai teologi medievali e dagli architetti del Rinascimento.

Gli scultori portarono l’idea sul corpo. Nel V secolo a.C. Policleto di Argo scrisse un trattato, il Canone, e realizzò una statua che doveva mostrare le regole in pratica, il cosiddetto Doriforo (il «portatore di lancia»). Sia il testo sia l’originale sono perduti, ma il medico romano Galeno racconta che per Policleto la bellezza consisteva nella symmetria delle parti – il rapporto delle dita tra loro, con la mano, con il braccio e così via fino al corpo intero. Symmetria non significava simmetria speculare, ma che tutte le parti hanno una misura comune. Nella statua questo si unisce al contrapposto: il peso grava su una gamba, fianchi e spalle si inclinano in senso opposto, e il corpo fermo appare comunque vivo. La regola di Policleto non fu l’unica. Secondo Plinio il Vecchio, nel IV secolo a.C. lo scultore Lisippo fece le teste più piccole e i corpi più slanciati, e avrebbe detto che gli altri rappresentavano gli uomini come sono, lui come appaiono. Già nell’antichità, dunque, si discuteva se la bellezza risieda nella misura o nell’impressione visiva.

L’architettura si fondava sulla stessa concezione. Un tempio greco è un sistema di rapporti: lo spessore della colonna determina la distanza tra le colonne, l’altezza della trabeazione e le dimensioni dei dettagli, così che l’intero edificio può essere descritto a partire da un modulo di base. Il Partenone sull’Acropoli, costruito nel 447–432 a.C., è l’esempio più celebre. Ma gli architetti non si accontentarono di proporzioni calcolate. Il basamento si incurva leggermente verso l’alto, le colonne si rigonfiano un po’ a metà e si inclinano verso l’interno, e le colonne d’angolo sono più spesse delle altre. Queste raffinatezze vengono di solito spiegate come correzioni per l’occhio: una linea perfettamente dritta può sembrare incurvata verso il basso. La bellezza stava quindi sia nella misura sia nel modo in cui la misura viene percepita – una tensione che avrebbe accompagnato l’estetica lungo tutta la sua storia. Il tempio, inoltre, non era bianco. Tracce di colore mostrano che sculture e dettagli architettonici erano dipinti, cosa che il classicismo delle epoche successive, ammiratore del marmo puro, faticò a lungo ad accettare.

Platone, attivo ad Atene nella prima metà del IV secolo a.C., portò la questione al centro della filosofia. Il suo dialogo Ippia maggiore si chiude rassegnato con il proverbio secondo cui il bello è difficile, ma in altri dialoghi offre risposte potenti. Nel Simposio la sacerdotessa Diotima descrive l’amore come una scala: da un solo bel corpo a tutti i bei corpi, poi alle belle anime, leggi e conoscenze, per contemplare infine il bello in sé – eterno, immutabile e indipendente da tutto ciò che è bello per un momento. Le cose visibili sono belle solo perché partecipano di questa idea. Nel Filebo sostiene che le linee rette, i cerchi e le forme tracciate con compasso e riga sono belli in sé, come pure i colori e i suoni puri. Qui si trova un’estetica della forma pura, più di duemila anni prima del modernismo. Lì afferma anche che misura e proporzione diventano ovunque bellezza e virtù, mentre lo smisurato è insieme brutto e dannoso.

Ma lo stesso Platone fu il critico più severo dell’arte. Nel decimo libro della Repubblica confronta un letto costruito dal falegname con l’idea del letto e con l’immagine di un letto dipinta dal pittore. Il falegname imita l’idea, il pittore imita il letto del falegname – e per giunta solo come appare da un lato. Il pittore si trova dunque a tre gradi di distanza dalla verità. La poesia è inoltre pericolosa perché suscita emozioni che dovrebbero essere tenute a freno. Per questo nel suo stato ideale Platone vuole ammettere solo inni agli dèi ed encomi degli uomini virtuosi. Altrove parla della poesia come frutto di una divina follia, un’ispirazione che non appartiene al poeta. Sia l’immagine elevata sia quella sospettosa dell’artista sono sopravvissute.

Aristotele, allievo di Platone, diede alla mimesis, l’imitazione, un significato diverso. Nella Poetica, scritta intorno al 335 a.C., spiega che imitare e rallegrarsi delle imitazioni è naturale per gli esseri umani. Possiamo provare piacere nel vedere immagini accurate di cose sgradevoli nella realtà, come cadaveri o animali spregevoli, perché impariamo quando riconosciamo. Per Aristotele la mimesis non è una copia della superficie, ma un modo di mostrare come le cose possono e devono connettersi. Per questo definisce la poesia più filosofica della storiografia: lo storico racconta ciò che è accaduto, il poeta ciò che potrebbe accadere. Prende esempi anche dalla pittura: Polignoto dipingeva gli uomini migliori di quanto siano, Pausone peggiori e Dionisio simili a noi. La tragedia rappresenta gli uomini migliori, la commedia peggiori. L’azione, non i caratteri né il linguaggio, è per lui l’anima della tragedia – un primo tentativo di comprendere un’opera attraverso la sua struttura.

Aristotele diede anche alla bellezza una definizione più concreta. Nella Metafisica indica ordine, simmetria e determinatezza come le forme principali del bello, e nella Poetica afferma che il bello richiede sia ordine sia giusta grandezza: un animale troppo piccolo non può essere percepito, e uno lungo migliaia di stadi non può essere abbracciato con lo sguardo. Una tragedia deve quindi avere inizio, mezzo e fine ed essere di lunghezza adeguata per poter essere ricordata. La tragedia suscita pietà e paura e conduce alla catarsi, una parola il cui significato – purificazione, sollievo o chiarificazione – è discusso fin dal Rinascimento. Con Aristotele le emozioni divennero parte del valore dell’arte anziché una minaccia. Dell’azione dice che le parti devono essere connesse in modo che il tutto risulti sconvolto se una parte viene spostata o tolta – un’idea dell’unità organica che ricompare quasi alla lettera in Alberti quasi duemila anni dopo.

Nell’età ellenistica, dopo la morte di Alessandro Magno nel 323 a.C., l’arte cambiò. La scultura divenne più mossa, più drammatica e più interessata al dolore, alla vecchiaia e alla vita quotidiana. La Nike di Samotracia, il gruppo del Laocoonte e i grandi fregi dell’altare di Pergamo mostrano un’arte che voleva coinvolgere lo spettatore. La teoria restò in parte indietro: i filosofi stoici definivano la bellezza come simmetria delle parti unita a un colore gradevole, una formula che si rifaceva a Policleto. Più tardi sarebbe stata attaccata da Plotino. In età ellenistica l’arte divenne anche oggetto di collezionismo, di copia e di storiografia. I re di Pergamo e di Alessandria fondarono biblioteche e collezioni, e alcuni autori scrissero di artisti celebri dei secoli precedenti, con racconti di pittori che gareggiavano in verosimiglianza e di uccelli che beccavano uva dipinta. Gli aneddoti, poi raccolti da Plinio il Vecchio, esprimono un ideale di illusione che sopravvisse fino al Rinascimento.

L’eredità greca si può riassumere in due linee che attraversano l’intera storia dell’estetica. La prima afferma che la bellezza è oggettiva, una questione di numero, proporzione e unità, e viene tramandata da Vitruvio, dai teologi medievali e dagli architetti del Rinascimento. La seconda afferma che l’arte è imitazione, e resta viva finché il modernismo non la mette seriamente in discussione. Tra Platone, che diffidava delle immagini, e Aristotele, che voleva comprenderle, si apre un dibattito mai concluso. I Greci, inoltre, distinguevano di rado tra la bellezza nell’arte, nella natura e nell’uomo; il bello era una proprietà del mondo. Che l’arte abbia un proprio ambito, con valori distinti dalla verità e dalla morale, è un’idea che emerge solo nel Settecento. Raffaello fece di Platone e Aristotele i protagonisti della Scuola di Atene – Platone che indica verso l’alto, Aristotele che tende la mano sopra la terra.