Dittatura, guerra e un paese diviso
Dalla mostra nazista sull’«arte degenerata» alle querce di Joseph Beuys e alle sfocate pitture fotografiche di Gerhard Richter: l’arte di un paese costretto a fare i conti con il proprio passato.
Quando i nazisti presero il potere nel 1933, i musei furono epurati dell’arte moderna. Gli artisti vennero licenziati, ridotti al divieto di esporre e costretti all’esilio. Nel 1937 fu allestita a Monaco di Baviera la mostra Entartete Kunst, «arte degenerata», per deridere espressionisti, dadaisti e astrattisti. Contemporaneamente si inaugurava la Haus der Deutschen Kunst con un’arte ufficiale fatta di contadini, soldati e corpi nudi idealizzati. Artisti ebrei come Felix Nussbaum e Charlotte Salomon furono assassinati ad Auschwitz. La guerra lasciò le città in rovina.
Dopo il 1945 la Germania fu divisa. All’Ovest l’arte astratta divenne un simbolo di libertà, e la mostra documenta di Kassel, nata nel 1955, riportò il modernismo nel paese. Joseph Beuys fece del feltro, del grasso e della conversazione un’arte e sostenne che ogni essere umano è un artista. All’Est lo Stato imponeva il realismo socialista, ma a Lipsia si sviluppò una scuola pittorica autonoma. Vienna ebbe i suoi azionisti, che usavano il corpo in performance scioccanti, ben oltre i confini del quadro.
Dagli anni Sessanta una nuova generazione affrontò la storia tedesca. Gerhard Richter dipinse immagini sfocate tratte da fotografie, tra cui quella dello zio materno in uniforme della Wehrmacht. Georg Baselitz capovolse i suoi soggetti, e Anselm Kiefer dipinse vasti paesaggi bruciati, carichi di miti e di memorie del periodo nazista. Negli anni Ottanta gli artisti tedeschi furono tra i più discussi al mondo. Con la caduta del Muro di Berlino nel novembre 1989 si aprì una nuova epoca, per l’arte come per il paese.