Secondo tempio di Hera, Paestum

Nella colonia greca di Poseidonia, nell’Italia meridionale, tre templi dorici sono giunti a noi quasi integri. Il secondo tempio di Hera, a lungo chiamato tempio di Nettuno, è il meglio conservato. Le colonne sono massicce e i capitelli larghi: un dorico antico e possente che sconvolse i viaggiatori del Settecento, i quali si aspettavano qualcosa di più elegante.
Poseidonia fu fondata intorno al 600 a.C. da Greci provenienti da Sibari, più a sud. La città si arricchì con il commercio e l’agricoltura e costruì tre grandi templi dorici. Il secondo tempio di Hera fu eretto intorno al 460 a.C., circa una generazione prima del Partenone. Il costruttore è ignoto, così come la divinità a cui il tempio era realmente dedicato; gli studiosi hanno proposto Hera, Zeus e Apollo. Il materiale non è marmo ma una pietra calcarea locale, il travertino, porosa e grezza. Per questo la superficie era in origine coperta da un sottile strato di stucco bianco che uniformava la pietra e poteva essere dipinto. Quella che oggi appare come una pietra calda, bruno-dorata, doveva dunque sembrare chiara e liscia.
Il tempio ha sei colonne sui lati corti e quattordici sui lati lunghi, una pianta dorica comune. Le colonne sono robuste, fortemente rastremate e con un evidente rigonfiamento, e i larghi capitelli danno un’impressione di pesantezza. Nella cella si trovano due file di colonne su due ordini sovrapposti, che sostenevano il tetto. È uno dei pochi templi greci in cui si è conservato un simile colonnato interno, che mostra come era strutturata la navata centrale. Davanti alla cella si apre un vestibolo, il pronao, e dietro di essa un vano posteriore corrispondente. Il tempio sorge accanto alla più antica cosiddetta Basilica, il primo tempio di Hera, e più in là si trova il tempio di Atena. Insieme mostrano l’evoluzione dell’ordine dorico nell’arco di un secolo.
I Romani fecero della città una colonia nel 273 a.C. e la chiamarono Paestum. Nell’alto Medioevo la piana si impaludò, la malaria si diffuse e gli abitanti abbandonarono la città. I templi furono quasi dimenticati finché, a metà del Settecento, una strada non fu tracciata attraverso l’area. Viaggiatori, artisti e architetti vi accorsero, e le acqueforti di Piranesi diffusero l’immagine dei templi in tutta Europa. Molti rimasero inorriditi dalle forme rozze, altri vi videro un’architettura originaria e onesta. Tra gli entusiasti c’era Carl August Ehrensvärd, che visitò Paestum durante il suo viaggio in Italia negli anni Ottanta del Settecento e in seguito sostenne in Svezia uno stile dorico severo e massiccio. Paestum divenne così importante per l’interesse del primo neoclassicismo verso l’arcaico. Oggi il sito fa parte di un patrimonio dell’umanità.