Che cos’è un ready-made? La fontana di Duchamp e l’oggetto come arte

Un ready-made è un oggetto quotidiano prodotto in serie che un artista sceglie, a volte rovescia o firma, ed espone come arte senza averlo fabbricato lui stesso. Il concetto viene da Marcel Duchamp, che nel 1913 montò una ruota di bicicletta su uno sgabello e nel 1917 inviò a una mostra a New York un orinatoio intitolato Fontana. Il punto è che la scelta e l’idea dell’artista possono contare più dell’abilità manuale.

Fatti

La ruota di bicicletta, lo scolabottiglie e la pala da neve

Marcel Duchamp cominciò come pittore a Parigi e provò impressionismo, fauvismo e cubismo in rapida successione. Intorno al 1913 si stancò di quella che chiamava arte «retinica», cioè un’arte che si rivolge solo all’occhio. Lo stesso anno montò una ruota di bicicletta capovolta su uno sgabello da cucina. L’anno seguente comprò in un grande magazzino di Parigi uno scolabottiglie di ferro zincato e lo lasciò nel suo studio.

Quando arrivò a New York nel 1915 comprò una pala da neve, la appese e le diede il titolo In Advance of the Broken Arm, «prima del braccio rotto». Più o meno in quel periodo cominciò a chiamare ready-made oggetti di questo tipo. Disse poi di averli scelti in base all’indifferenza visiva: non dovevano essere né belli né brutti, solo oggetti di cui nessuno si curava. La maggior parte degli originali fu gettata o andò perduta, e ciò che si trova oggi nei musei è per lo più costituito da repliche successive.

Fontana, 1917

Nell’aprile 1917 la Society of Independent Artists di New York organizzò la sua prima mostra. L’associazione aveva promesso di esporre tutte le opere dei membri che pagavano la quota, e Duchamp sedeva egli stesso nel consiglio. Sotto pseudonimo inviò un comune orinatoio di porcellana bianca. Lo aveva ruotato di novanta gradi, così che stava sul dorso, e aveva dipinto «R. Mutt 1917» sul bordo. Il titolo era Fountain, Fontana.

Il consiglio rifiutò di esporre l’oggetto, che fu nascosto per tutta la durata della mostra. Duchamp lasciò il consiglio per protesta. Il fotografo Alfred Stieglitz fotografò l’orinatoio, e l’immagine fu pubblicata sulla piccola rivista The Blind Man insieme a un testo in difesa dell’opera: non importa se l’artista ha fatto l’oggetto con le proprie mani, ciò che conta è che l’abbia scelto e abbia creato un nuovo pensiero intorno a esso.

L’originale scomparve poco dopo, e la fotografia di Stieglitz è l’unica prova di come fosse. Dagli anni cinquanta furono realizzate repliche con il consenso di Duchamp. Una fu prodotta nel 1963 a Stoccolma su iniziativa del critico d’arte Ulf Linde e si trova al Moderna Museet, mentre un’edizione di otto esemplari del 1964 si trova in musei come la Tate di Londra. Il fatto che l’opera funzioni anche se l’originale è perduto dice qualcosa su che cosa sia un ready-made.

Perché è arte?

Un ready-made sposta la domanda da come appare un’opera a che cosa la rende arte. L’orinatoio in un negozio e l’orinatoio sul piedistallo hanno lo stesso aspetto. La differenza sta nella scelta, nel titolo, nella firma e nel contesto. Per questo la Fontana è diventata un punto di partenza tanto per i filosofi quanto per gli artisti.

Quando nel 1964 il filosofo Arthur Danto vide a New York le Brillo Box di Andy Warhol, capì che nessuna caratteristica visibile le distingueva dalle scatole di un magazzino. Ciò che le rendeva arte era qualcosa che l’occhio non può vedere: teorie, storia dell’arte e un contesto che chiamò il mondo dell’arte. George Dickie ne trasse una teoria istituzionale, secondo cui l’arte è ciò a cui le istituzioni del mondo dell’arte conferiscono lo status di arte. Per saperne di più c’è il capitolo di estetica sul secondo dopoguerra, e il glossario, dove il ready-made è definito l’invenzione di Duchamp.

Ready-made puri ed elaborati

Duchamp distingueva vari tipi. Un ready-made puro viene lasciato com’è. Un ready-made «assistito» è stato modificato o combinato con qualcos’altro. L’esempio più noto è L.H.O.O.Q. del 1919, una cartolina economica della Gioconda su cui disegnò baffi e pizzetto. Le lettere, pronunciate in francese, formano un volgare gioco di parole sulla donna raffigurata.

Strettamente imparentati sono gli oggetti dei surrealisti, in cui cose di uso quotidiano vengono assemblate in qualcosa di nuovo. Man Ray incollò una fila di piccoli chiodi sulla base di un ferro da stiro e lo chiamò Gift, e Meret Oppenheim rivestì di pelliccia una tazza, un piattino e un cucchiaino nel 1936. Opere di questo tipo si chiamano spesso assemblage. La differenza rispetto a un ready-made è che l’oggetto viene trasformato, mentre il ready-made in linea di principio può restare se stesso. Per saperne di più sul contesto ci sono le guide sul dadaismo e su dadaismo e surrealismo.

L’eredità: dalla pop art a oggi

Le idee di Duchamp ebbero grande risonanza solo dopo il 1950, quando egli era ormai anziano. La pop art portò nelle gallerie le merci della vita quotidiana, ma le Brillo Box e le lattine di zuppa di Warhol sono in realtà fabbricate a mano o con la serigrafia, e dunque non sono ready-made nel senso di Duchamp. Per saperne di più c’è la guida sulla pop art.

L’arte concettuale, in cui l’idea conta più dell’oggetto, e l’installazione si basano entrambe sul ready-made. Jeff Koons espose negli anni ottanta aspirapolvere nuovi in teche di plexiglas, e Tracey Emin mostrò nel 1999 alla Tate il proprio letto sfatto. Ancora oggi opere simili sollevano la stessa domanda del 1917: questa è davvero arte?

Prova tu stesso

Scegli un oggetto in casa, per esempio uno scopino o una molletta per il bucato. Che cosa servirebbe perché venga percepito come arte? Rifletti sulla collocazione, sulla luce, su un titolo e su una firma. Rovescialo, come Duchamp rovesciò l’orinatoio, e guarda se all’improvviso appare diverso. L’esercizio mostra quanto il contesto conti per il modo in cui guardiamo un oggetto.

Come riconoscere un ready-made

Esercizio

Che cosa fece Duchamp all’orinatoio prima di inviarlo nel 1917?